Lost in the Supermarket.
| October 18th, 2009

“La cosa peggiore è andare al supermercato quando si ha fame, finisci per comprare qualunque cosa ti capiti sottomano.”
[cit. Riccardo]
“You know, it’s bad to be hungry while you’re at the supermarket, you just want to buy all the food.”
[cit. Birna]
Amare il cibo, odiare il cibo.
La mia passione per i supermercati potrebbe sembrare curiosa, se non addirittura inspiegabile, se si considera che da quando ho iniziato a scavare la mia personale trincea priva di glutine sono costretta a selezionare attentamente qualsiasi prodotto preconfezionato ritrovandomi, in moltissimi casi, a dover abbandonare il gustoso bottino.
Devo invece confessare che proprio da quando sono costretta a passare molto più tempo tra gli scaffali, leggendo etichette o controllando il prontuario, mi sento ancora più a mio agio in mezzo a file ordinate di cibo accuratamente impacchettato. L’intolleranza al glutine ha spezzato le catene che mi rendevano schiava del subdolo marketing “da tavola”, offrendomi l’opportunità di dimenticare frenesie isteriche tipiche del consumismo alimentare. Rimangono solamente il fascino dei corridoi indicizzati, della rigida gerarchia rispettata nell’allestimento di ciascun ripiano, della grafica ammiccante e schiamazzante del cibo progettato e prodotto in serie.
Spinta da questa segreta passione, oltre che dall’immediata necessità di riempire il frigo, appena arrivata a Reading mi procuro la guida inglese ai prodotti senza glutine e inizio una minuziosa esplorazione dei maggiori luoghi di interesse dal punto di vista del mass market locale. La prima cosa che scopro è che alcune specifiche catene mi saranno pressochè inaccessibili finchè la popolazione autoctona non si sarà resa conto che quando ci sono quindici gradi all’aperto non è estate e non c’è alcun bisogno dell’aria condizionata all’interno dei negozi. Sainsbury’s Central in downtown Reading potrebbe diventare una meta necessaria, per recuperare cereali senza malto d’orzo ad esempio, se non fosse situata nell’ultimo e più terrificante girone infernale, il lago di ghiaccio con cui termina l’imbuto dantesco. Mentre inizio a valutare seriamente la possibilità di munirmi di scaldino e affrontare le conseguenze di un’ulteriore ricognizione, Rik cattura la nostra attenzione raccontandoci di ASDA.
ASDA, il leggendario luogo dove tutto è possibile.
ASDA, meta mitologica di ogni viaggio eroico.
ASDA, aperto ventiquattr’ore su ventiquattro.
“Maybe you can live there.”
“Yes I can, it’s open 24 hours.”
A questo punto della conversazione, serissima, tra Birna e Rik, io, che sto bevendo una tazza di the, sputo tutto quello che ho in bocca davanti a me, tipo getto della doccia per intenderci, con la mia solita capacità di trasformare qualunque situazione in una gag (involontaria). Lo chiamo Il Dono del Cabaret.
Ma la domanda che nel frattempo è rimasta in sospeso è:
ASDA è realmente la terra promessa del consumo alimentare?
La risposta è sì.
Oltre alla comune gentilezza degli inglesi percui se chiedi ad un commesso dove si trova un certo oggetto che a te sembra impossibile scovare, lui ti accompagna comunque e qualunque cosa stia facendo, all’ASDA c’è veramente qualunque cosa.
Il richiamo selvaggio del bollino “One Pound” ci stordisce e lo scaffale dei prodotti senza glutine sembra una piccola isola felice davanti alla quale non posso fare a meno di improvvisare una danza per mostrare a tutti la mia eccitazione. Usciamo con una quantità di buste imbarazzante, una confezione anti panico di carta igienica, più scopa e scopettone che imbraccio alla bersagliera: donne, raccogliamo le nostre armi, alla riconquista degli sgabuzzini. Donna e scopa, una tipica figura dell’immaginario femminista, no?
“Chuck Norris fa la spesa all’ASDA.” [cit. vrde]



“Oh miodio, ma cos’hanno fatto a garzanti linguistica?
Una volta era un sito con una dignità, ora è una tarantella di effetti treddì.” [cit.]
• The Hitchhikers Guide to the Galaxy, Trilogy of four – Douglas Adams, Picador, 2002.
• The Bonfire of the Vanities – Tom Wolfe, Piacador, 1990.
• Neverwhere (author’s preferred text) – Neil Gaiman, Headline Review, 2000.
• A puffin quartet of poets – Eleanor Farjeon, James Reeves, E.V. Rieu, Ian Serraillier, Penguin Books, 1958.
• 101 Reykjavik – Hallgrímur Helgason, Faber and Faber, 2002.
• This is the castle – Nicolas Freeling, Penguin Books, 1971.
• Women, resistance and revolution – Sheila Rowbotham, Pelican Books, 1974.
• [poems by] Kingsley Amis, Dom Moraes, Peter Porter, Penguin Modern Poets 2, Penguin Books, 1965.
Fanatismo, nel mio caso, significa comprare otto libri nei miei primi dieci giorni di vita inglese.
Morboso desiderio di possesso: ecco una delle principali caratteristiche del mio delirio maniacale in materia di libri. L’accurata selezione non riesce a contenere l’irrefrenabile voglia di accumulare volumi su volumi, copertine su copertine, pagine su pagine per poi ammirare l’imponenza del risultato, quando tutti i libri stipati l’uno di fianco all’altro formano un muro compatto, ovvero lo scenario più confortevole nel quale io possa immaginarmi. Se si associa l’ossessione bibliofila molesta al mio trasferimento nella patria dei Penguin Books, il risultato è un perenne stato di stupore di fronte agli scaffali di qualsiasi libreria, compreso il piccolo bookshop della Oxfam qui a Reading.
Scorrendo velocemente sezioni e titoli all’interno della modesta libreria di Crockhamwell Road ho immediatamente elaborato una teoria del tutto inaffidabile su come sia possibile scoprire caratteristiche sociali e abitudini degli inglesi semplicemente osservando cosa leggono. Incredibilmente nello scaffale dedicato alle scienze sociali e alla psicologia non c’è nulla di quello si trova comunemente in una libreria dell’usato italiana: niente Freud, Jung o Laing, ma in compenso moltissimi testi femministi, in gran parte contemporanei, e saggi sulla cultura di genere.
Mi giro verso i Penguin Books (che urlano dalle loro copertine implorandomi di portali tutti a casa con me) e anche lì altri libri femministi, anche se decisamente datati. Potrebbe non essere una condizione così assurda se non fosse che la sezione scienze sociali è completamente dominata da queste tematiche, ci sono due interi ripiani dedicati a scrittrici femministe o di genere: Kate Millet ha un voluminoso esercito che spadroneggia sopra una manciata di timidi testi di pedagogia protetti da un paio di massicci titoli di teorie dell’apprendimento.
Non è finita qui. Il fatto è che ad un passo da questo spazio di orgoglio femminile, insolito e burrascoso, c’è l’enorme sezione dedicata agli hobby femminili.
Per citare Riccardo, il mio coinquilino, nella mia lista dei desideri c’è bruciare tutto ciò che rappresenta la categoria “hobby femminili”, o forse sarebbe meglio dire bruciare chi ha inventato l’espressione “hobby femminili” nel cui enorme calderone sembra finire tutto, da attività che rispetto e amo, come il cucito e la maglia, fino a passatempi irritanti da casalinga arricchita bustocca alla ricerca del senso della propria vita (che stranamente sembra si trovi nascosto in collane di perline o in altri oggetti di dubbio gusto come le cornici di cartone découpage oppure i pout pourri che profumano di mango).
Tra tutti i manuali pratici il più edificante è sicuramente “Soggetti religiosi per i vostri ricami”: Birna, la ragazza islandese che vive con noi mi fa vedere lo schema per realizzare un cane alato che legge la Bibbia (continuo a credere che sia un messaggio abbastanza fuorviante a livello religioso, ma forse il cane ne sa più di me in materia di precetti cristiani quindi lascio perdere la discussione in partenza). Nella mia testa le donne inglesi sono un esercito in rivolta armato di aghi da calza: tra un sit-in e una manifestazione c’è sempre tempo per un po’ di crochet.
[Nonostante la confusione riguardo stereotipi femminili e femministi inglesi, sono riuscita a conquistare una copia di un libro della serie Penguin Modern Poets, seconda ristampa del 1965 dopo la prima edizione del 1962 con copertina di Germano Facetti.]

[Poverty chains, Drudgery chains]
