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Exciting news from ASDA.

| October 9th, 2009

“La cosa peggiore è andare al supermercato quando si ha fame, finisci per comprare qualunque cosa ti capiti sottomano.”
[cit. Riccardo]
“You know, it’s bad to be hungry while you’re at the supermarket, you just want to buy all the food.”
[cit. Birna]

Amare il cibo, odiare il cibo.
La mia passione per i supermercati potrebbe sembrare curiosa, se non addirittura inspiegabile, se si considera che da quando ho iniziato a scavare la mia personale trincea priva di glutine sono costretta a selezionare attentamente qualsiasi prodotto preconfezionato ritrovandomi, in moltissimi casi, a dover abbandonare il gustoso bottino.
Devo invece confessare che proprio da quando sono costretta a passare molto più tempo tra gli scaffali, leggendo etichette o controllando il prontuario, mi sento ancora più a mio agio in mezzo a file ordinate di cibo accuratamente impacchettato. L’intolleranza al glutine ha spezzato le catene che mi rendevano schiava del subdolo marketing “da tavola”, offrendomi l’opportunità di dimenticare frenesie isteriche tipiche del consumismo alimentare. Rimangono solamente il fascino dei corridoi indicizzati, della rigida gerarchia rispettata nell’allestimento di ciascun ripiano, della grafica ammiccante e schiamazzante del cibo progettato e prodotto in serie.

Spinta da questa segreta passione, oltre che dall’immediata necessità di riempire il frigo, appena arrivata a Reading mi procuro la guida inglese ai prodotti senza glutine e inizio una minuziosa esplorazione dei maggiori luoghi di interesse dal punto di vista del mass market locale. La prima cosa che scopro è che alcune specifiche catene mi saranno pressochè inaccessibili finchè la popolazione autoctona non si sarà resa conto che quando ci sono quindici gradi all’aperto non è estate e non c’è alcun bisogno dell’aria condizionata all’interno dei negozi. Sainsbury’s Central in downtown Reading potrebbe diventare una meta necessaria, per recuperare cereali senza malto d’orzo ad esempio, se non fosse situata nell’ultimo e più terrificante girone infernale, il lago di ghiaccio con cui termina l’imbuto dantesco. Mentre inizio a valutare seriamente la possibilità di munirmi di scaldino e affrontare le conseguenze di un’ulteriore ricognizione, Rik cattura la nostra attenzione raccontandoci di ASDA.

ASDA, il leggendario luogo dove tutto è possibile.
ASDA, meta mitologica di ogni viaggio eroico.
ASDA, aperto ventiquattr’ore su ventiquattro.


“Maybe you can live there.”
“Yes I can, it’s open 24 hours.”

A questo punto della conversazione, serissima, tra Birna e Rik, io, che sto bevendo una tazza di the, sputo tutto quello che ho in bocca davanti a me, tipo getto della doccia per intenderci, con la mia solita capacità di trasformare qualunque situazione in una gag (involontaria). Lo chiamo Il Dono del Cabaret.

Ma la domanda che nel frattempo è rimasta in sospeso è:
ASDA è realmente la terra promessa del consumo alimentare?
La risposta è sì.

Oltre alla comune gentilezza degli inglesi percui se chiedi ad un commesso dove si trova un certo oggetto che a te sembra impossibile scovare, lui ti accompagna comunque e qualunque cosa stia facendo, all’ASDA c’è veramente qualunque cosa.
Il richiamo selvaggio del bollino “One Pound” ci stordisce e lo scaffale dei prodotti senza glutine sembra una piccola isola felice davanti alla quale non posso fare a meno di improvvisare una danza per mostrare a tutti la mia eccitazione. Usciamo con una quantità di buste imbarazzante, una confezione anti panico di carta igienica, più scopa e scopettone che imbraccio alla bersagliera: donne, raccogliamo le nostre armi, alla riconquista degli sgabuzzini. Donna e scopa, una tipica figura dell’immaginario femminista, no?

“Chuck Norris fa la spesa all’ASDA.” [cit. vrde]

vale+birna+asda

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