This is England.
| October 4th, 2009“Oh miodio, ma cos’hanno fatto a garzanti linguistica?
Una volta era un sito con una dignità, ora è una tarantella di effetti treddì.” [cit.]
• The Hitchhikers Guide to the Galaxy, Trilogy of four – Douglas Adams, Picador, 2002.
• The Bonfire of the Vanities – Tom Wolfe, Piacador, 1990.
• Neverwhere (author’s preferred text) – Neil Gaiman, Headline Review, 2000.
• A puffin quartet of poets – Eleanor Farjeon, James Reeves, E.V. Rieu, Ian Serraillier, Penguin Books, 1958.
• 101 Reykjavik – Hallgrímur Helgason, Faber and Faber, 2002.
• This is the castle – Nicolas Freeling, Penguin Books, 1971.
• Women, resistance and revolution – Sheila Rowbotham, Pelican Books, 1974.
• [poems by] Kingsley Amis, Dom Moraes, Peter Porter, Penguin Modern Poets 2, Penguin Books, 1965.
Fanatismo, nel mio caso, significa comprare otto libri nei miei primi dieci giorni di vita inglese.
Morboso desiderio di possesso: ecco una delle principali caratteristiche del mio delirio maniacale in materia di libri. L’accurata selezione non riesce a contenere l’irrefrenabile voglia di accumulare volumi su volumi, copertine su copertine, pagine su pagine per poi ammirare l’imponenza del risultato, quando tutti i libri stipati l’uno di fianco all’altro formano un muro compatto, ovvero lo scenario più confortevole nel quale io possa immaginarmi. Se si associa l’ossessione bibliofila molesta al mio trasferimento nella patria dei Penguin Books, il risultato è un perenne stato di stupore di fronte agli scaffali di qualsiasi libreria, compreso il piccolo bookshop della Oxfam qui a Reading.
Scorrendo velocemente sezioni e titoli all’interno della modesta libreria di Crockhamwell Road ho immediatamente elaborato una teoria del tutto inaffidabile su come sia possibile scoprire caratteristiche sociali e abitudini degli inglesi semplicemente osservando cosa leggono. Incredibilmente nello scaffale dedicato alle scienze sociali e alla psicologia non c’è nulla di quello si trova comunemente in una libreria dell’usato italiana: niente Freud, Jung o Laing, ma in compenso moltissimi testi femministi, in gran parte contemporanei, e saggi sulla cultura di genere.
Mi giro verso i Penguin Books (che urlano dalle loro copertine implorandomi di portali tutti a casa con me) e anche lì altri libri femministi, anche se decisamente datati. Potrebbe non essere una condizione così assurda se non fosse che la sezione scienze sociali è completamente dominata da queste tematiche, ci sono due interi ripiani dedicati a scrittrici femministe o di genere: Kate Millet ha un voluminoso esercito che spadroneggia sopra una manciata di timidi testi di pedagogia protetti da un paio di massicci titoli di teorie dell’apprendimento.
Non è finita qui. Il fatto è che ad un passo da questo spazio di orgoglio femminile, insolito e burrascoso, c’è l’enorme sezione dedicata agli hobby femminili.
Per citare Riccardo, il mio coinquilino, nella mia lista dei desideri c’è bruciare tutto ciò che rappresenta la categoria “hobby femminili”, o forse sarebbe meglio dire bruciare chi ha inventato l’espressione “hobby femminili” nel cui enorme calderone sembra finire tutto, da attività che rispetto e amo, come il cucito e la maglia, fino a passatempi irritanti da casalinga arricchita bustocca alla ricerca del senso della propria vita (che stranamente sembra si trovi nascosto in collane di perline o in altri oggetti di dubbio gusto come le cornici di cartone découpage oppure i pout pourri che profumano di mango).
Tra tutti i manuali pratici il più edificante è sicuramente “Soggetti religiosi per i vostri ricami”: Birna, la ragazza islandese che vive con noi mi fa vedere lo schema per realizzare un cane alato che legge la Bibbia (continuo a credere che sia un messaggio abbastanza fuorviante a livello religioso, ma forse il cane ne sa più di me in materia di precetti cristiani quindi lascio perdere la discussione in partenza). Nella mia testa le donne inglesi sono un esercito in rivolta armato di aghi da calza: tra un sit-in e una manifestazione c’è sempre tempo per un po’ di crochet.
[Nonostante la confusione riguardo stereotipi femminili e femministi inglesi, sono riuscita a conquistare una copia di un libro della serie Penguin Modern Poets, seconda ristampa del 1965 dopo la prima edizione del 1962 con copertina di Germano Facetti.]

[Poverty chains, Drudgery chains]
