Homesickness.
| November 7th, 2009“Continuo ad avere allucinazioni in cui Saria viene a trovarmi qui portandomi in dono un’enorme scamorza pugliese.”
[cit. Valentina]
Sono giunta alla conclusione che un mese di vita è il tempo minimo sufficiente per attraversare tutti gli stadi dello stereotipo dell’italiano all’estero, in una festosa sequenza di sintomi di quel disagio che qui prende il nome di homesickness.
Tutto inizia con l’eterno e doloroso lamento riguardante gli standard alimentari, in questo caso inglesi, che non sono ovviamente all’altezza di quelli di casa. La metà dei vegetali che conoscevo e apprezzavo qui non esiste, e se esiste ha sembianze aliene, una sospettosa patina di perfezione che nasconde un’assoluta assenza di gusto. Piante, frutta e tuberi che avanzano da questa prima selezione si comportano come riottosi sconosciuti: le patate si restringono timidamente nella padella fino a scomparire, e se bollite ingaggiano una lotta senza fine per rimanere costantemente crude all’interno, mentre i mandarini possiedono un livello di acidità tale da renderli ottimi sostituti dei limoni. La stagionalità non sembra essere un concetto applicato al mondo vegetale, infatti nonostante l’autunno sia prepotentemente sbocciato nelle strade non c’è ombra di castagne o funghi nei supermercati: ‘prodotto di stagione’ in questi giorni significa tortine a forma di zucca e bare di cioccolato. L’insoddisfazione associata al cibo induce una condizione di debolezza generalizzata, terreno ideale per la rapida diffusione del subdolo morbo. Improvvisamente riesco a provare malinconia non solo per accessori di prima necessità (di cui un ottimo rappresentante è il bidè), ma anche per oggetti, simboli e personaggi che sono parte del tradizionale immaginario della torbida provincia. Mi riferisco a quel genere di mediocrità intrisa di malinconia, lo struggimento decadente dei ricordi di un’adolescenza ai margini della metropoli, gli anni del liceo, la pianura padana che avvolge volti e intenzioni, grigia gabbia odiata e amata delle mie origini. Può addirittura sembrare lecito rievocare con affetto il disastro urbano che sembra essere causa principale di quel malessere che, non sempre confessato, è il marchio caratteristico della vita di provincia. Questa introduzione descrive la condizione di fragile equilibrio alla luce della quale si può rileggere e spiegare, se non giustificare, il tentativo di istruire il nostro coinquilino polacco sul programma The Club e la discografia dei primi 883. In questi momenti si può addirittura arrivare ad usare il termine ’sentimentale’ per fare riferimento a Mauro Repetto che balla.
Suona l’allarme: una pericolosa quanto rapida discesa nella depressione si affaccia minacciosa.
Il rimedio è molto semplice. Ogni settimana mi guardo una puntata di annozero.
Quindici minuti di Castelli m’innervosiscono tanto da poter accettare di vivere senza pecorino romano. Cinque di Tremonti mi fanno apprezzare il valore della moquette in bagno. Trenta secondi di Brunetta e sto già cantando Dio salvi la Regina.
L’assurdo sconcertante è il modo in cui l’Italia sia riuscita a diventare una vetrina per tutti quei criminali col sorriso che si spacciano per i veri rappresentanti dell’identità nazionale, a quanto pare costituita da una pesante dose di arroganza associata ad una naturale tendenza a delinquere. Furbi, arraffoni, ignoranti: davanti a chiunque ci sono loro, e sono smaglianti volti noti, sono personaggi pubblici, sono quelli che contano, sono l’immagine inquietante di un paese che continuo ostinatamente a credere diverso. La distanza mi mette in contatto con una verità nuova, meno contaminata dalla rabbia esasperante che a casa mi tormentava giorno dopo giorno. L’incapacità di superare la generalizzazione degli “italiani brava gente” non ha fatto altro che nascondere alla vista gli onesti, idealisti, appassionati, eroi della quotidianità; in superficie, ripuliti da ogni responsabilità, scintillanti come trappole sgomitano i rifiuti di una società che non è in grado di dividere il bianco dal nero, per paura di commettere errori di giudizio, o forse per evitare di dividere il peso di una condanna che quando è inflitta grava sulla comunità che l’ha emessa quanto sul colpevole. In questo grigio perpetuo ogni cosa può essere il contrario di se stessa, non esiste più certezza nella valutazione morale delle azioni, c’è solamente ideologia funzionale all’auto-giustificazione.
I paradossi si sprecano, e senza ricorrere a categorie filosofiche complesse, il semplice buon senso è completamente stravolto. Il buon senso mi dice infatti che chi ruba è un ladro, ma se hai riciclato denaro sporco, se hai compiuto un crimine e hai nascosto il malloppo, se hai falsificato i conti della tua azienda o se semplicemente hai violato le leggi depositando soldi in un conto di una banca all’estero, non sei considerato un ladro da un punto di vista giuridico.
E così anche chi non hai mai rubato effettivamente nulla è nella stessa posizione di chi ha rubato ma in modo tollerabile, e in questa costante incertezza è facile credere che l’onesto non sia moralmente integerrimo ma solamente stupido.













